Primo capitolo
Parte prima · La scatola

Uno · Le pesche

I versi in corsivo sono tratti dal diario di prigionia di Bruno Tribbioli.

Di mio nonno, per molti anni, ho avuto soltanto una scatola. Dentro c'erano cartoline con francobolli che non erano di nessun paese, una lettera battuta a macchina da un uomo che non ho mai conosciuto, e un quaderno fitto di lettere maiuscole, come le scrive chi vuole essere sicuro di essere letto anche quando non ci sarà più. Mio padre lo teneva in fondo a un cassetto. Quando gliene chiedevo, diceva soltanto: «È il diario di mio padre». Poi chiudeva il cassetto, e per anni quella parola, diario, me la sono figurata come un quaderno di date e di fatti. Ci ho messo una vita a scoprire che era scritto in rima.

Bruno aveva scritto in versi. Dentro il lager, con le dita gonfie di freddo, aveva contato le sillabe e cercato le rime per centotrenta strofe. Non per fare poesia: per non morire prima del tempo. E la prima cosa che mise in salvo, prima della fame e prima delle bombe, fu un pomeriggio di settembre a Cuneo, e un cesto di pesche. Comincio da lì, dove comincia lui.

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La caserma degli Alpini, a Cuneo, in quel settembre del 1943 era piena di uomini che fino a due settimane prima erano un esercito e adesso non erano più niente. L'otto era stato firmato l'armistizio, e nel giro di pochi giorni i soldati italiani si erano ritrovati senza ordini, senza capi, coi tedeschi addosso. Li avevano radunati là dentro e chiusi a chiave, come si chiude una cosa di cui non si sa ancora cosa fare.

Ci chiusero là dentro come carcerai,e fummo per due lunghissime giornatecol desiderio d'esser liquidati.

Bruno aveva il corpo a pezzi per il viaggio e per la notte passata in piedi, e un compagno gli fece un massaggio alle ossa. Fuori dalla caserma, intanto, Cuneo faceva quello che poteva: passava cibo, coperte, parole, alla gente rinchiusa che nessuno di loro conosceva. Bruno se lo ricordò per sempre. Più tardi, nel poema, ringraziò per nome i cittadini del Cuneese, come si ringrazia chi ti tratta da uomo quando tutti gli altri hanno smesso di farlo.

Tra le brande girava una voce: li avrebbero trasferiti. Dove, nessuno lo sapeva. Qualcuno diceva un campo di concentramento, e la parola passava di bocca in bocca senza che nessuno sapesse cosa contenesse davvero.

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Agnese seppe che Bruno era a Cuneo e partì da Tenda con il bambino. Portò quello che una donna riesce a portare quando non sa se è l'ultima volta: un po' di denaro cucito dentro una tasca, e delle pesche. Aveva con sé il figlio di quattro anni, e non piangeva soltanto per suo marito. Le avevano preso anche i fratelli: tre fratelli, portati via come Bruno in quelle stesse settimane in cui l'Italia si sfaldava. Arrivò alla caserma con addosso tutto quel dolore e lo tenne fermo, perché il bambino non lo sentisse.

Si videro attraverso una recinzione. Bruno guardò il figlio e ne imparò a memoria la faccia, perché a quell'età un bambino cambia in fretta e lui non sapeva quando l'avrebbe rivisto. Giorgio aveva quattro anni. Di quel giorno non gli resterà niente: era abbastanza grande per esserci, troppo piccolo per trattenerlo. Per tutta la vita gli mancherà proprio questo: non poter ricordare il padre nemmeno una volta. Sarà mio padre, e la sua eredità più grande sarà un'assenza. Ma quel pomeriggio c'era, in braccio a sua madre, sotto la pioggia sottile del Piemonte.

Il diciassette, di colpo, arrivò l'ordine. Un tenentino li radunò e disse che partivano per Torino. In caserma restarono gli specialisti; tra quelli che partivano c'era anche Carluccio, il cognato di Bruno, un fratello di Agnese, preso nella stessa rete. Li portarono alla stazione.

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Sul marciapiede Agnese gli si attaccò addosso e non voleva staccarsi. Lo stringeva, lo baciava, e a ogni bacio ne chiedeva un altro. Bruno l'ha scritto senza abbellirlo, e conviene lasciar parlare lui.

L'ultimo abbraccio mai potrò scordarech'ebbi dalla mia moglie in quell'istante:attaccata a me, mi stringeva forte,e a ogni bacio l'altro, mi diceva…

Gli diceva di avere coraggio. Gli diceva di tornare presto. E gli chiedeva l'unica cosa che una moglie può chiedere a un uomo che sale su un treno di cui nessuno conosce la fine.

«Ciao Brunetto caro, su, coraggio,e torna presto a casa ch'io t'aspetto;t'auguro, per ora, un buon viaggio,ma dammi ancora un bacio per Giorgetto,e scrivi, te ne prego, tutti i giorni,sino al felice giorno che ritorni!»

Un bacio per Giorgetto. Bruno lo chiese per il figlio che non poteva salutarlo, e Agnese avrebbe dovuto darglielo ogni giorno al posto suo, fino al ritorno. Mio padre ha portato addosso quel bacio per settant'anni senza saperlo, perché nessuno gliel'ha mai potuto dare.

Poi Agnese, piangendo, gli mise in mano le pesche. Fu in quel momento che tutto si ruppe.

A un ufficiale tedesco quella scena, le due mani che non si lasciavano, dava fastidio. Si voltò verso Agnese con una smorfia, e senza una parola, senza compassione, le puntò la rivoltella contro il petto. Bruno diventò rosso. Il sangue gli montò alla testa come una scossa. Vide sua moglie farsi pallida, con il bambino in braccio, sotto la canna di una pistola, e in quell'istante imparò la sola legge del posto in cui stava per entrare: che si poteva morire per un abbraccio, e che l'unico modo di proteggere chi amava era smettere di mostrarlo.

Mi morsicai le mani dalla rabbia,che mi sentivo come uccello in gabbia.

Si morse le mani per non gridare. Si costrinse alla prudenza, perché gridare voleva dire una pallottola, e la pallottola poteva prenderla lei. Poi arrivò il segnale della partenza.

Fischiando, il lungo treno alfin si mosseed iniziò la marcia del dolore,con moto ondulatorio e con le scosse.Mia moglie, poverina, con ardore,mi salutava ancor dalla stazione,ed io le rispondevo dal vagone.

Lo strapparono dall'abbraccio e lo cacciarono nel vagone con gli altri. Si mise dove poteva vederla. Il cognato, accanto, gli diceva di rassegnarsi. Agnese, sul marciapiede, con Giorgio in braccio, continuò a salutare anche quando il treno era lontano e non c'era più niente da salutare.

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Quando il vagone fu buio e le ruote cominciarono a battere il loro tempo verso il Brennero, Bruno trovò le pesche in fondo al cesto. Le aveva messe Agnese senza dirglielo. Le tenne in mano a lungo prima di mangiarle, come si tiene una cosa che non è più solo una cosa. Erano l'ultimo pezzo di casa. L'ultimo settembre. L'ultima estate di un uomo che ne avrebbe viste ancora due, ogni volta più lontane, e non una di più.

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Mio padre chiudeva il cassetto a questo punto, quando ero bambino. Adesso il cassetto lo tengo aperto io. Ho i francobolli che non erano di nessun paese, erano della Germania dei lager. Ho la lettera dell'uomo che non conoscevo, Aurelio Minoli, che era con Bruno alla fine e che scrisse ad Agnese un anno dopo, per dirle che il diario esisteva e che valeva la pena farlo arrivare a casa. E ho il diario.

Lo ricomincio da qui, dalle pesche, perché è da qui che l'ha ricominciato lui. Non dall'orrore: da un cesto di frutta che una donna aveva messo in valigia perché suo marito, dove andava, avesse ancora per un giorno il sapore di casa. Se riuscirò a farvelo amare come lo amo io, un uomo che non ho mai incontrato, sarà perché lui, per primo, ha scelto di cominciare dalle pesche invece che dal filo spinato.

Il viaggio di Bruno continua.

Dal vagone al Brennero, dal numero 1825 alla fabbrica Messerschmitt, fino al ritorno del diario a casa: il resto della storia è nel libro.

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