Diciotto
venticinque
«Il nome mio, d'allora, fu scordato, diciotto venticinque fui chiamato.»
Un uomo può perdere tutto: la libertà, il nome, la casa. Ma finché riesce a raccontare la propria storia, non è stato sconfitto.
Disponibile ora · brossura e Kindle Disponibile anche in versione Kindle →- Storia vera romanzata
- 22 capitoli in sei parti
- Fotografie di famiglia e pagine del diario
Un uomo ridotto a un numero. Un nipote che gli restituisce la voce.
Settembre 1943: il maresciallo Bruno Tribbioli viene catturato dai tedeschi e deportato in Germania come Internato Militare Italiano. Gli tolgono il nome e lo chiamano 1825. Per non morire prima del tempo, scrive nel lager un poema di oltre centotrenta strofe. Ottant'anni dopo, quel quaderno riemerge da una scatola di latta.
Un libro che emoziona, fa riflettere e rende omaggio ai circa 600.000 Internati Militari Italiani, protagonisti di una delle pagine meno conosciute della Seconda guerra mondiale.
Pesche, una scatola di latta, un pacco legato con lo spago.
Frammenti di una storia vera, scritti in prosa e in versi dallo stesso Bruno.





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Bruno, Agnese e il piccolo Giorgio.
Bruno Tribbioli nasce a Cortona nel 1907 e cresce orfano di madre, in un orfanotrofio dove impara la musica e la poesia. Diventa maresciallo di fanteria, a Tenda sposa Agnese, ha un figlio, Giorgio.
L'otto settembre 1943 chiude la trappola. Alla stazione di Cuneo, mentre Agnese gli mette in mano un cesto di pesche, un ufficiale le punta la rivoltella al petto. È l'ultima immagine di casa.
In Germania Bruno perde il nome e diventa un numero. Gli offrono di uscire dal recinto arruolandosi con i tedeschi: dice di no, e sceglie di restare prigioniero.
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«Bruno aveva scritto in versi. Dentro il lager, con le dita gonfie di freddo, aveva contato le sillabe e cercato le rime per centotrenta strofe. Non per fare poesia: per non morire prima del tempo.» Dal primo capitolo · «Le pesche»Leggi il primo capitolo gratis

Fabrice Tribbioli, il nipote di Bruno.
Nato a Nizza da padre italiano e madre francese, cresciuto a Torino. Suo padre è Giorgio, il bambino che Agnese teneva in braccio alla stazione di Cuneo.
Dopo una vita nel commercio e diversi libri sulla vendita, con DICIOTTOVENTICINQUE si confronta con la storia della propria famiglia: ha aperto la scatola di latta, decifrato il quaderno e cercato negli archivi, per presentare finalmente un padre a suo figlio.
«Questo libro è quel bacio. Bruno l'ha affidato alle sue parole; le sue parole hanno attraversato la Germania, ottant'anni e tre generazioni, e adesso arrivano dove dovevano arrivare dall'inizio.»
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Solo su Amazon · brossura e KindlePorta la storia di Bruno nella tua scuola, nel tuo comune, nella tua associazione.
L'autore, nipote di Bruno, presenta il libro dal vivo con i documenti originali: il quaderno, le cartoline dal lager, la lettera del 1945.

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